Quando il ruolo chiede troppo a lungo una maschera, qualcosa si consuma.
- Luigi Genua
- 23 gen
- Tempo di lettura: 1 min

Accoglienza costante, disponibilità anche quando si è stanchi.
Calma di fronte a clienti difficili. Sorriso, pazienza, autocontrollo.
Questo non è “atteggiamento”. È lavoro emotivo.
La ricerca (a partire da Arlie Hochschild) ci dice che in molti ruoli: retail, customer service, sanità, servizi, una parte rilevante del lavoro consiste nel gestire le proprie #emozioni per rispettare ciò che il ruolo richiede.
Il problema non è il lavoro emotivo in sé.
Il problema nasce quando questo lavoro:
• non è riconosciuto
• non è allenato
• non è sostenuto
In questi casi, le persone non “reggono di più”, semplicemente si consumano.
Dal punto di vista motivazionale, succede qualcosa di preciso:
• aumenta la distanza tra ciò che si prova e ciò che si deve mostrare
• cala il senso di autenticità
• cresce la fatica invisibile
• l’engagement diventa una maschera, non uno stato reale
E qui entra in gioco la #leadership.
Guidare non significa chiedere sempre professionalità emotiva, bensì creare contesti in cui quella professionalità è possibile e sostenibile.
Questo vuol dire, concretamente:
• normalizzare la fatica emotiva (non minimizzarla)
• offrire strumenti di regolazione, non solo regole
• distinguere tra controllo e cura
• smettere di confondere “essere sempre positivi” con “essere professionali”
Domanda per chi guida persone: Il tuo contesto ricarica l’energia emotiva… o la consuma giorno dopo giorno?




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