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Quando il ruolo chiede troppo a lungo una maschera, qualcosa si consuma.


Accoglienza costante, disponibilità anche quando si è stanchi.

Calma di fronte a clienti difficili. Sorriso, pazienza, autocontrollo.


Questo non è “atteggiamento”. È lavoro emotivo.


La ricerca (a partire da Arlie Hochschild) ci dice che in molti ruoli: retail, customer service, sanità, servizi, una parte rilevante del lavoro consiste nel gestire le proprie #emozioni per rispettare ciò che il ruolo richiede.


Il problema non è il lavoro emotivo in sé.

Il problema nasce quando questo lavoro:

• non è riconosciuto

• non è allenato

• non è sostenuto


In questi casi, le persone non “reggono di più”, semplicemente si consumano.


Dal punto di vista motivazionale, succede qualcosa di preciso:

• aumenta la distanza tra ciò che si prova e ciò che si deve mostrare

• cala il senso di autenticità

• cresce la fatica invisibile

• l’engagement diventa una maschera, non uno stato reale


E qui entra in gioco la #leadership.


Guidare non significa chiedere sempre professionalità emotiva, bensì creare contesti in cui quella professionalità è possibile e sostenibile.


Questo vuol dire, concretamente:

• normalizzare la fatica emotiva (non minimizzarla)

• offrire strumenti di regolazione, non solo regole

• distinguere tra controllo e cura

• smettere di confondere “essere sempre positivi” con “essere professionali”


Domanda per chi guida persone: Il tuo contesto ricarica l’energia emotiva… o la consuma giorno dopo giorno?

 
 
 

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